giovedì 20 dicembre 2007

venerdì 9 novembre 2007

PAOLO BOZZI - Un mondo sotto osservazione



PRESENTAZIONE di Luca Taddio

«Dio mi ha costretto a stare da questa parte, tra i fenomeni; il resto dunque me lo devo immaginare. Fingete che il mondo dell’esperienza sia come effettivamente è; poi se ne parla». P. Bozzi

Paolo Bozzi è stato un pensatore eclettico, di grande originalità e coerenza speculativa: psicologo sperimentale, continuatore e innovatore della tradizione gestaltista, ma anche violinista, autore di racconti e aforismi e infine, come il lettore potrà notare leggendo questo libro, geniale filosofo.
Fu autore sfuggente, refrattario alla notorietà e alle logiche accademiche, poco propenso a pubblicare i risultati delle proprie ricerche. «L’Accademia – recita un suo aforisma – è l’organo con cui la società si difende dalle idee».
Imparare ad osservare il mondo: coloro che hanno conosciuto Bozzi hanno appreso grazie a lui la capacità di guardare le cose «così come appaiono», indipendentemente dall’uso che possiamo farne, dai nostri pregiudizi e dalla conoscenza che deriva dal pensiero scientifico che gravita attorno alle «cose». «Lui – scrive Claudio Magris – mi ha insegnato a vedere la realtà, a prestare attenzione non solo alle idee, ma pure alle cose. Senza di lui […] probabilmente non avrei scritto Danubio o Microcosmi» .
A metà degli anni cinquanta si laureò in filosofia a Trieste con una tesi sul pragmatismo, dove prese in esame Peirce e James ma anche il pensiero degli italiani Vailati e Calderoni; in questo periodo conobbe lo psicologo gestaltista Gaetano Kanizsa, la persona che maggiormente influenzò il suo percorso scientifico. Affrancatosi dall’insegnamento di stampo idealistico gentiliano, che gli era stato impartito nel primo periodo di studi universitari, si dedicò alla lettura di filosofi inglesi come Moore, Russell e Austin e neopositivisti come Schlick. Nel 1958 Bozzi iniziò a collaborare con Kanizsa come assistente a Trieste, conducendo le sue ricerche pioneristiche sull’isocronismo del pendolo. «Mi accadde – racconta Bozzi – di osservare che le oscillazioni di un pendolo possono apparire “troppo rapide” o “troppo lente” o “naturali”, e mi sembrò di scoprire in questo fatto un sottile filo tra la meccanica di Galileo e quella di Aristotele» . Tali studi lo condussero ai primi lavori di fisica ingenua, oggi meglio conosciuta come Naive Physics.
Da Kanizsa apprese le sottigliezze metodologiche della ricerca sperimentale, in un ambiente dove, come egli stesso ricorda, sebbene ufficialmente venisse adottata una versione ortodossa della teoria della Gestalt, nella pratica «la discussione teoretica era molto scoraggiata come superflua», privilegiando invece la pura osservazione dei fatti . L’arte di Kanizsa consisteva nel sottoporre ai soggetti sperimentali delle strutture visive, «agendo fenomenicamente su un fatto fenomenicamente esplicito», per poi modificarle sistematicamente al fine di ottenere effetti percettivi inaspettati e «paradossali». Quantificazione e misura erano utilizzate solo lo stretto necessario. Ciò che contava era la scoperta, mentre l’esperimento, concepito come controllo di ipotesi, passava in secondo piano. L’operare di Kanizsa si basava su un continuo ricorso al procedimento chiamato percept-percept coupling, secondo il quale «una proprietà fenomenica agisce su un’altra proprietà fenomenica direttamente e visibilmente, quale che sia l’immaginabile stato dei relativi stimoli» . Nel suo modo di procedere non erano in gioco stimoli e percezioni, ma inferiora e superiora «ontologicamente complanari», metodo che avvicinava Kanizsa alla scuola di Graz di Meinong e Benussi (maestro di Musatti che a sua volta fu maestro di Kanizsa). Bozzi, profondamente influenzato da questo metodo, tradusse in termini teorici il lavoro svolto quotidianamente da Kanizsa. «Negli anni successivi ho lavorato in direzione di un monismo realistico sempre più accentuato e intransigente, che però contiene tutto quello che ho imparato da Köhler e discusso con Metzger» .
Fu un instancabile lettore dei classici del pensiero scientifico e filosofico, che nella lettura di Bozzi venivano trattati come se fossero dei contemporanei; ciò gli permetteva di confrontare le idee e i fatti in maniera sincronica. La sua spiccata vocazione per la teoresi gli permetteva di trattare gli autori del passato come pensatori con cui dialogare su fatti di percezione quotidianamente ricorrenti, anziché considerarli come antiquati filosofi ingrigiti dal tempo. Galileo, Hume, Peirce e James diventano così dei colleghi con i quali confrontarsi in maniera proficua: possiamo scoprire, per esempio, la «maraviglia» suscitata dall’isocronismo del pendolo esattamente come al tempo la notò Galileo. «Ritengo possibile andar a osservare i fatti – scrive Bozzi – tutte le volte che un testo del remoto passato rimanda esplicitamente all’osservazione». Refrattario alle mode scientifiche del momento, fu uno «tra i pochissimi a credere che l’impianto teoretico dei gestaltisti classici appartiene più al futuro della psicologia della percezione che non al suo passato; e che molte delle debolezze della percettologia d’oggi dipendono dal fatto di non aver né capito né letto i testi classici della Gestalttheorie» . Secondo Bozzi, l’atto percettivo non è determinato dall’esperienza pregressa ma è autonomo rispetto all’attività del pensiero e consiste nell’osservazione diretta del mondo esterno: i fenomeni hanno il carattere della dura realtà delle cose incontrate nel mondo, essi sono ostensibili, interosservabili e, attraverso il metodo fenomenologico sperimentale, ripetibili. La percezione diretta del mondo è per Bozzi anche indipendente dal nostro linguaggio, dalle idee e dai concetti; Wittgenstein, in un passo spesso citato da Bozzi, afferma che «interpretare è un’azione» mentre «vedere non è un’azione ma uno stato».
Poco incline all’adottare lo stile standardizzato richiesto dalle riviste scientifiche, prediligeva una prosa scientifica sorvegliata e attenta, dai tratti spesso letterari. Questa scelta stilistica derivava probabilmente dalla volontà di rendere la descrizione funzionale non tanto alla logica della quantità, quanto piuttosto a quella della qualità dell’apparire fenomenico. Si trattava della ricerca di una continuità tra il piano autonomo dell’osservazione, la descrizione dei fatti e la teoria. Tale continuità può forse essere estesa alle sue opere artistiche e letterarie. Bozzi imprimeva questo stile espositivo anche alle sue lezioni, le quali apparivano al contempo colloquiali e rigorose. Sempre attento a evitare un gergo specialistico ritenuto sterile e superfluo, preferiva attingere alla ricchezza del linguaggio comune, non temendo l’utilizzo espressivo, ma calibrato, di forme dialettali.
Bozzi insegnò a Trieste, Padova, Trento e di nuovo a Trieste; fu autore di importanti testi come: Unità identità causalità (1970), Fenomenologia sperimentale (1989), Fisica ingenua (1990), Experimenta in visu (1993), Vedere come (1998) e anche della biografia del violinista e compositore goriziano Rodolfo Lipizer (1997). Un mondo sotto osservazione è il titolo che abbiamo scelto per raccogliere la gran parte degli articoli di Bozzi appartenenti agli anni novanta. Il progetto di una «scienza degli osservabili in atto» iuxta propria principia prevede come metodo la fenomenologia sperimentale e come base teorica il monismo realista. La fenomenologia sperimentale si configura come «una sorta di etologia degli oggetti e degli eventi», epistemologicamente indipendente da presupposti fisiologici. Questa indipendenza comporta per Bozzi che ogni spiegazione causale della percezione, dall’oggetto fisico fino al cervello, sia considerata una condizione sufficiente ma non necessaria alla percezione fenomenica. Il genio maligno immaginato da Cartesio potrà farci dubitare della necessità del dato causalmente inteso, ma non del dato fenomenico in quanto tale. Se il metodo di ricerca è tassativamente fenomenologico, il realismo è presentato come un «optional»: si può fare ricerca anche essendo dualisti, ma è filosoficamente che il realismo monistico d’ispirazione machiana di Bozzi va compreso in tutta la sua portata teorica. Il suo progetto di una «scienza del mondo esterno» e le sue argomentazioni in difesa del realismo sono tra i contributi più originali della filosofia contemporanea.
La raccolta di scritti che presentiamo mostra l’originalità del pensiero di Bozzi sia come psicologo che come filosofo: due aspetti non scindibili che hanno accompagnato tutto il suo lavoro. Infatti la sperimentazione è, per quanto decisiva, solo una parte del suo discorso, ricco di intrecci e legami con problemi classici della filosofia della conoscenza e della «ontologia», sui quali ha gettato nuova luce. Un mondo sotto osservazione rappresenta una sorta di testamento filosofico del monismo realista di Bozzi. La maggior parte degli articoli che raccogliamo in questo volume sono stati pubblicati singolarmente e sono circolati all’interno di ambienti ristretti e specialistici. Il libro si apre e si chiude con dei brevi racconti, a simboleggiare il filo rosso del pensiero di Bozzi che attraversa il piano scientifico, filosofico e letterario.

***

“In questi studi Bozzi mostra non come è fatto il mondo, ma come noi lo percepiamo, come arriva al nostro occhio, alla nostra corteccia cerebrale, alla nostra mente e al nostro cuore; cosa succede quando le cose, i colori, i movimenti, la vita intorno a noi entrano in noi e diventano oggetto di esperienza, di classificazione, di amore o di rifiuto. Tutto questo diviene
letteratura – un’ affascinante, zingaresca e precisa letteratura”. - Claudio Magris

“Muovendo proprio dalla certezza sensibile, la vittima preferita della filosofia, Paolo ha combattuto la sua lotta filosofica a favore di una rifondazione dell’esperienza, una lotta che può apparire impari solo se si concepisce la filosofia
come una battaglia tra ombre e teorie, e non anche tra osservazioni minute ed esatte, tratte dall’inesauribile sfera della percezione. Giocando da outsider e con altri materiali, ha toccato il nocciolo della questione. L’anomalia non è
così grande: un ingegnere, Carlo Emilio Gadda, ha rinnovato la letteratura italiana del Novecento. Uno psicologo, Paolo Bozzi, ne ha ringiovanita la filosofia”. - Maurizio Ferraris

Scritti sul realismo è il frutto dell’ultimo, intenso, decennio di riflessione di Paolo Bozzi e rappresenta così il condensato del suo testamento filosofico. Il volume, inedito, raccoglie una serie d’importanti saggi elaborati durante gli
anni novanta, in cui lo psicologo affronta cruciali problemi a cavallo tra scienza e filosofia seguendo l’approccio anti-psicofisico e la fenomenologia sperimentale iuxta propria principia che aveva da sempre contraddistinto il suo
originale e rigoroso programma teoretico. Alcuni aforismi e racconti che aprono e chiudono il volume sono proprio tesi a ricordarci, nella loro lucida intelligenza, la ricchezza d’interrogativi e di temi filosofici che è possibile dispiegare tramite
la semplice osservazione del mondo esterno.

Paolo Bozzi (1930-2003), psicologo sperimentale formatosi a Trieste con Gaetano Kanizsa, dopo aver insegnato psicologia presso le università di Padova e di Trento, è stato fino al 1999 professore ordinario di Metodologia delle scienze del comportamento alla Facoltà di Psicologia dell’Università di Trieste. Musicologo, padre della “fisica ingenua”, allievo di Rodolfo Lipizer per il violino, ha pubblicato Unità, Identità, Causalità (Cappelli 1969), Fenomenologia sperimentale (Il Mulino 1989), Fisica ingenua (Garzanti 1990), Experimenta in visu (Guerini 1993), Vedere come (Guerini 1998) oltre che Rodolfo Lipizer
nei miei ricordi (Studio Tesi 1997).

SLAVOJ ŽIŽEK- L'universo di Hitchcock. A cura di Damiano Cantone

In uscita a Marzo

giovedì 8 novembre 2007

Il cinema come falso movimento di Alain Badiou

È possibile affermare un pensiero del cinema partendo dalla nozione di immagine? Di immagine in movimento? Di quella che precisamente Gilles Deleuze ha chiamato l'immagine - movimento?

Tutto sta, a me pare, nel ritenere che la realtà del cinema siano i film, le operazioni convocate nei vari film. Come non c'è poesia senza che vi siano dei poemi, così non c'è cinema senza i film. E un film non è la realizzazione delle categorie, anche materiali, presupposte. Categorie come immagine, movimento, inquadratura, fuori - campo, trama, colore, testo, e così di seguito. Un film è una singolarità operazionale, essa stessa colta nel processo denso ed unanime di una configurazione d'arte. Un film è un punto - soggetto per una configurazione.

Questo soggetto, come ogni soggetto, deve innanzitutto pensarsi come operazione di sottrazione. Un film opera tramite ciò che toglie, l'immagine vi è soprattutto occultata. Il movimento vi è impastoiato, sospeso, rovesciato, arrestato. Più essenziale della presenza è il taglio, non solamente per l'effetto del montaggio, ma anzitutto e per lo più per effetto della "messa-in-inquadratura" e del filtraggio controllato del visibile. Al cinema importa che i fiori che vengono mostrati, come in quella sequenza di Visconti, siano fiori mallarméiani, che si neghino ad ogni profumo. Li vedo, quei fiori, ma è proprio dal taglio che li determina, che nasce, inscindibilmente, la loro singolarità e la loro idealità.

Tutta la differenza rispetto alla pittura consiste nel fatto che non è il vederli che ne fonda l'Idea nel pensiero, ma l'averli visti. Il cinema è un arte del passato perpetuo, nel senso che il passato è istituito dal passato. Il cinema è Visitazione: l'Idea di ciò che avrei visto o compreso, permane in quanto passa. Organizzare il passaggio dell'Idea con il tocco leggero intrinseco al visibile, ecco l'operazione del cinema, in cui sono le operazioni proprie di un artista a creare le possibilità .

Così il movimento, al cinema, deve essere pensato in tre modi differenti. Da una parte, rapporta l'Idea all'eternità paradossale di un passaggio, di una Visitazione. C'è una strada, a Parigi, che si chiama "le passage de la Visitation", potrebbe essere chiamata la via del cinema. Si tratta qui del cinema come movimento globale. D'altra parte il movimento, per delle operazioni complesse, è ciò che sottrae l'immagine a se stessa, ciò che fa sì che sia trascorsa, sebbene inscritta. Perché è nel movimento che si incarnano gli effetti di taglio. Soprattutto, come si vede in Straub, quando l'arresto apparente del movimento locale mostra l'evidenza del visibile. O, come in Murnau, quando è l'avanzare di un tram che organizza la topologia segmentata di un faubourg ombreggiato. Diciamo che qui si hanno degli atti di movimento locale. Infine, il movimento è circolazione impura attraverso la totalità delle altre attività artistiche, esso accoglie l'Idea con l'allusione che contrasta, mediante un processo di sottrazione, con le arti, strappate alla loro destinazione.

È infatti impossibile pensare al cinema al di fuori di un sorta di spazio generale in cui si evidenzia la sua connessione con le altre arti. È la settima arte in un senso del tutto particolare. Non dispone sullo stesso piano delle altre sette, le implica, è una in più delle altre sei. Opera su di loro, a partire da loro, tramite un movimento che le sottrae a loro stesse.

Domandiamoci per esempio cosa deve al Wilhelm Meister di Goethe Falso movimento di Wim Wenders. Abbiamo qui un romanzo e del cinema. Ammettiamo necessariamente che il film non esisterebbe, o piuttosto non sarebbe esistito, senza il romanzo. Ma qual è il senso di questo rapporto di condizione? O più precisamente: secondo quali modalità proprie al cinema è possibile questa azione romanzesca su di un film ? Questione tortuosa, difficile. Si vede bene che siamo in presenza di due operazioni: che ci sia un racconto, o una traccia di racconto; che ci siano dei personaggi, o allusioni ai personaggi. Per esempio qualcosa opera nel film, filmicamente, come eco del personaggio di Mignon. tuttavia, la libertà della prosa romanzesca è di non mostrare alla vista i corpi, la cui visibile infinità sfugge alla più fine delle descrizioni. Qui, il corpo è dato dall'attrice, ma "attrice" è un espressione teatrale, una parola propria alla rappresentazione. Ecco che già il cinema strappa il romanzesco a se stesso prendendo dal teatro. Ora si nota facilmente che l'Idea filmica di Mignon si colloca precisamente, per una certa parte, in questo strappo. È posta tra teatro e romanzo, ma, allo stesso tempo, "né nell'uno, né nell'altro", per cui tutta l'arte di Wenders consiste nel mantenere il passaggio.

Se ora chiedo cosa deve Morte a Venezia di Visconti a Morte a Venezia di Thomas Mann, eccomi trascinato in direzione della musica. Perché la temporalità del passaggio è dettata, pensiamo alla sequenza d'apertura, più per l'adagio della quinta sinfonia di Mahler che per il ritmo prosodico di Thomas Mann. Supponiamo che l'Idea sia qui il legame tra la melanconia amorosa, il genio del luogo e la morte. Visconti realizza la Visitazione di questa Idea nella breccia che una musica apre nel visibile, abbandonando la prosa, poiché lì non è detto nulla, e nulla è testuale. Il movimento sottrae il romanzesco alla lingua, e lo trattiene in un margine mobile tra la musica ed il luogo. Ma a loro volta, musica e luogo cambiano i loro propri valori, in modo che la musica è annullata per delle allusioni pittoriche, mentre ogni stabilità pittorica si discioglie nella musica. Queste traslazioni e dissoluzioni sono ciò che, alla fine, costituirà tutta la realtà del passaggio dell'Idea.

Si potrebbe chiamare "poetica del cinema" lo snodo delle tre accezioni del termine "movimento", il cui effetto consiste nella visita del sensibile da parte dell'Idea. Insisto sul fatto che essa non si incarna. Il cinema smentisce la tesi classica, secondo cui l'arte è la forma sensibile dell'Idea. Perché la visita del sensibile da parte dell'Idea non le conferisce alcun corpo. L'Idea non è separabile, nel cinema esiste solo nel suo passaggio. L'Idea è visitazione.

Facciamo un esempio. Che succede in Falso movimento quando il protagonista legge infine il suo poema? Se ci si riferisce al movimento globale, si potrebbe dire che questa lettura è una cesura rispetto ai percorsi anarchici, all'errare di tutto il gruppo. Il poema è posto come idea di poema tramite un effetto di margine, un'interruzione. Così viene trasmessa l'idea che ogni poema è una interruzione della lingua, conosciuta come semplice strumento di comunicazione. Il poema ingabbia la lingua in se stessa, considerato che la lingua qui è rappresentata filmicamente come la corsa, la ricerca, una sorta di stravolto ansito. Se ci si riferisce al movimento locale, si dirà che la visibilità del lettore, il suo proprio sgomento, lo mostra in preda al suo annullamento nel testo, nella cosa anonima che quello diviene. Poema e poeta si sopprimono reciprocamente. Ciò che resta è una specie di stupore d'esistere, stupore d'esistere che è forse il vero soggetto del film. Considerando il movimento impuro delle arti, si vedrà che in realtà la poetica espressa dal film è lo sradicamento da sé del poetico che è sotteso al poema. Perché l'essenziale è che un attore, anch'egli contaminazione impura del tipo romanzesco, legge un poema che non è un poema, per far sì che avanzi il passaggio di tutt'altra idea, cioè che questo personaggio non potrà, non potrà mai, nonostante il suo disperato desiderio, legarsi agli altri, dare una stabilità al suo essere grazie agli altri. Lo stupore di esistere nel primo Wenders, prima degli angeli per dirla così, è l'elemento solipsista, il fatto, che nasce da lontano, che un tedesco non possa stare insieme ed accordarsi ad altri tedeschi in tutta tranquillità, per quanto si possa parlare oggi, in termini politici chiari, di un essere tedeschi in quanto tale. La poetica del film è, nell'intreccio dei tre movimenti, il passaggio di un idea per nulla semplice. Al cinema, come in Platone, le vere idee sono frutto di commistioni, e ogni tentativo di univocità affoga le poetiche. Nel nostro esempio, questa lettura del poema fa apparire, o trascorrere, l'idea di un nesso d'idee: c'è un luogo definito dal poema, dallo stupore di esistere e dall'incertezza nazionale che è esclusivamente tedesco. È questa l'idea che pervade la sequenza. E per rendere al pensiero la complessità e la plurivocità di quest'idea, occorre il nesso di tre movimenti: il movimento globale, per cui l'idea non è altro che il suo trascorrere, il movimento locale, per cui essa è altro da ciò che è, altro dalla sua immagine, e il movimento impuro, per cui si situa nelle frontiere mobili di possibili immaginari artistici non frequentati.

E come la poesia è un artificio, una manipolazione codificata, che ingabbia la lingua, il raccordo di movimenti che costituiscono la poetica del cinema è un falso movimento.

Il movimento globale è falso, per via che nessuna misura gli è propria. La struttura tecnica regola un flusso discreto e uniforme, di cui è segno d'arte non tenerne conto. Le unità di montaggio, come i piani o le sequenze, sono composte non secondo la scansione temporale, ma secondo un principio di vicinanza, di memoria, di insistenza o di rottura, che danno più una topologia che un movimento. Il falso movimento, per cui l'Idea non è data se non come passaggio, si impone filtrato da questo spazio di composizione, tratteggiato dal filmare. Diremo che c'è un'Idea perché c'è uno spazio di composizione, e che c'è passaggio perché questo spazio si sposta, o si mostra, come tempo globale. Così, in Falso movimento, la sequenza dei treni che si sfiorano e si allontanano è una metonimia di tutto lo spazio di composizione. Il suo movimento è la pura esposizione di un contesto in cui la prossimità soggettiva e l'allontanamento sono indiscernibili, che poi è l'Idea dell'amore in Wenders. Il movimento globale non è che la distensione pseudo - narrativa di questo contesto.

Il movimento locale è falso, perché non è che l'effetto della sottrazione dell'immagine, come del dire, a se stesso. Non c'é qui nemmeno movimento originario, movimento in sé. Si ha una visione forzata, che non essendo riproduzione di nulla - affermiamo en passant che il cinema è la meno mimetica delle arti -, crea un effetto temporale di attraversamento e diffusione, per cui il visibile è attestato in qualche modo "al di là dell'immagine", del pensiero. Penso per esempio alla sequenza di L'infernale Quinlan (The touch of Evil), di Welles, dove il corpulento poliziotto crepuscolare rende visita a Marlene Dietrich. Il tempo locale è indotto dalla vera visita che proprio Welles rende a Marlene Dietrich, la cui idea non ha nessuna coincidenza con l'immagine manifesta, che dovrebbe essere quella di un poliziotto che va a casa di una anziana prostituta. Così che la lentezza quasi cerimoniosa dell'incontro promana dal fatto che l'immagine che appare deve essere percorsa dal pensiero che, per un'inversione di valori nella finzione, si tratti proprio di Marlene Dietrich e di Orson Welles, non di un poliziotto e di una puttana. Da ciò l'immagine è strappata a se stessa e ridata alla realtà del cinema. Qui, del resto, il movimento locale si dirige verso il movimento impuro, perché l'idea, propria della generazione ultima di artisti, si pone al confine tra cinema come film e come rappresentazione e come arte, al confine tra il cinema e se stesso, tra il cinema come effettività e il cinema come cosa del passato.

Infine, il movimento impuro è il più falso di tutti, perché non esiste in realtà nessuna maniera di produrre un movimento da un'arte ad un'altra. Le arti sono chiuse. Nessun dipinto di trasformerà in musica, nessun balletto in poema. Ogni tentativo diretto in questo senso è vano. Eppure, il cinema è l'organizzazione di questo movimento impossibile. Tuttavia, questa è ancora una volta una sottrazione. La citazione allusiva alle altre arti, costitutiva del cinema, le strappa a loro stesse, e ciò che resta è giustamente la breccia nella barriera di confine da cui è passata l'idea. Solo il cinema può assicurare tale visitazione.

Così il cinema, esistendo nei film, annoda tre falsi movimenti. Questa triplicità muove come puro passaggio la mescolanza, l'impurità ideale che ci colpisce.

Il cinema è un atto impuro. È propriamente il "più-uno" delle arti, parassita ed incostante. Ma la sua forza d'arte contemporanea è di produrre idee, il passare nel tempo, dall'impurità di ogni idea.

*(Il presente testo è una conferenza pronunciata da Alain Badiou il 29 novembre 1993 presso lo Studio delle Orsoline)
(trad. Aldo Pardi) - http://www.kainos.it/Pages/artic%20emer02.html

venerdì 2 novembre 2007

Massimo Donà e Vincenzo Vitiello - MARTEDI' 20 NOVEMBRE 2007 - FELTRINELLI MILANO - VIA MANZONI, ORE 18.00

Modera e introduce Luca Taddio (Mimesis Edizioni)

IL NUOVO SPAZIO PUBBLICO - VERSO UNA SOCIETÀ’ TRASPARENTE di PIERRE LEVY



All’interno delle culture prettamente orali, che hanno caratterizzato il 95% del tempo che la nostra specie ha trascorso su questo pianeta, la memoria umana era circoscritta alla capacità di ricordare dei gruppi di anziani. Gli strumenti, i gioielli, le statue, i monumenti di pietra e le immagini dipinte erano i soli supporti capaci di trasmettere i concetti astratti. Con la scrittura, apparsa in Mesopotamia 5000 anni fa, le conoscenze hanno cominciato ad essere registrate in maniera più efficace. Da allora lo spirito umano ebbe modo di guardare al passato non solamente utilizzando l’immaginazione, i miti e le tracce materiali. La nuova abbondanza di testimonianze linguistiche provenienti dai tempi antichi o da realtà culturali lontane, permise di mettere in prospettiva le conoscenze legate al presente, così come i progetti legati al futuro. I registri, i quadri, i testi, i discorsi, che erano diventati oramai abbastanza usuali, abituarono lo spirito umano ad utilizzare uno sguardo analitico, logico, critico e comparativo nei confronti della realtà.
Allora, però, anche se la società intera fu trasformata dall’avvento della scrittura, solo gli scriba erano in grado di utilizzare tale strumento. I primi documenti scritti furono conservati nei templi e nei palazzi, si trattava perlopiù di strumenti gestionali (amministrazione di grandi organi) e di dominio (registri fiscali, corvée, tributi) nelle mani di pochi, ovvero essi erano riservati ai sacerdoti ed ai funzionari regi. Gli scriba, quindi, venivano a contatto con i nuovi ambiti dello spirito come la teologia, la scienza e la storia. La scrittura aprì all’umanità un ampio spazio dello scibile che affondava le sue radici lontano nel tempo. Nello stesso momento, però, essa racchiudeva un cerchio di informazioni segrete, occulte, accessibili solo ai privilegiati della casta statale, sacerdotale o nobiliare.
Con l’invenzione dell’alfabeto, la scrittura divenne fruibile più ampiamente. Redatte in caratteri alfabetici già a partire dal VI secolo a.C., le leggi delle città greche diventarono leggibili da tutti, di conseguenza venne introdotto il concetto di pratica della cittadinanza. Si potrà obiettare che la città greca escludesse le donne, gli stranieri e gli schiavi, ma bisogna dire che la civiltà dell’alfabeto ha anche inventato il concetto di libertà in generale, e di libero cittadino in particolare, senza il quale non avremmo parametri di giudizio. Noi siamo loro eredi: non ammiriamo tanto i Greci perché hanno abolito la schiavitù, importantissimo traguardo storico e umano raggiunto solo dalla civiltà della stampa, quanto perché hanno fatto della libertà – contrapposta alla schiavitù – uno dei loro supremi valori. Ciò è ancora più significativo se pensiamo che nelle civiltà classiche dell’Egitto, della Mesopotamia e della Cina, per non parlare del sistema delle caste in India, esistevano diverse forme di soggezione.
Le religioni monoteiste, come le spiritualità platoniche, stoiche e buddiste, sono fondate su testi alfabetici. Il loro supporto alfabetico non è slegato dal loro carattere universale e dalla loro proclamazione di uguaglianza tra tutti gli animi. Le realtà che hanno fatto proprio l’alfabeto – giudaismo, cristianesimo, islam, stoicismo e buddismo – hanno tutte messo al centro della condizione umana il libero arbitrio o la libertà dello spirito. Ricordiamo che lo stoicismo – poco conosciuto oggi – è apparso nel terzo secolo a.C., ha impregnato l’universo ellenistico e romano ed ha influenzato profondamente il cristianesimo e la filosofia occidentale successiva. La sua etica di libertà interiore, di attenzione al momento presente e di accettazione del concetto di necessità possiede molti tratti paragonabili a quelli delle filosofie chiamate «orientali».
La filosofia, così come la conoscenza scientifica a respiro universale – la geometria dimostrativa, per esempio – sono legate nella stessa misura alla comunicazione legata ad un alfabeto. Questi saperi universali sono indipendenti da ogni tradizione culturale particolare. Il mondo dei concetti astratti e delle conoscenze universali è, di principio, aperto a tutti coloro che vogliono fare lo sforzo di accedervi, si tratta infatti di un’élite democratica. La retorica, arte della comunicazione e base della comunicazione “liberale”, fiorì tra quella rete di città commerciali che erano le brillanti civiltà urbane greche, ellenistiche, romane e arabe. Fu lo spirito ed il sapere di questi imperi dell’alfabeto che inonderà l’Europa durante il Rinascimento.
La stampa, rendendo i testi, i dati numerici, i disegni e le mappe più disponibili e più precisi, fornì uno dei presupposti alla rivoluzione della scienza sperimentale compiuta nell’Europa moderna. Essa giocò un ruolo fondamentale nella costituzione della repubblica delle lettere dell’Europa rinascimentale, strutturata dalle accademie e delle riviste scientifiche. Quest’élite intellettuale costituisce la prima “comunità virtuale” deterritorializzata che funzionava quasi in tempo reale. La nuova disponibilità di libri e la comparsa della stampa diedero luogo ad un’immensa apertura dello spirito. Grazie al nuovo mezzo di comunicazione, gli Europei furono esposti ad una varietà di informazioni senza precedenti, una varietà di idee e di immagini. Il concetto più caro agli Illuministi, cioè la speranza di un’emancipazione dell’umanità legata al progresso delle conoscenze, alla loro diffusione crescente, come alla pratica della tolleranza e del dialogo, risale a quest’epoca. Sul piano religioso, la stampa fu uno dei presupposti della Riforma e della comparsa dei credo che sono alla base di movimenti politici e sociali degli ultimi tre secoli (liberalismo, socialismo... ).
Nei secoli che seguirono l’invenzione della stampa non circolarono solo le notizie politiche e militari o le rivendicazioni sociali, ma anche le immagini riprese dai telescopi, dai microscopi e dalle macchine fotografiche. I campi del percettibile, del memorabile e del pensabile hanno potuto godere della possibilità di essere conservati. Sul piano politico, che è ciò che qui ci interessa di più, è chiaro che l’opinione pubblica, fondamento delle grandi democrazie moderne, non si sarebbe formata senza lo sviluppo dei giornali e dunque senza la stampa. Le grandi idee liberali e democratiche del XVII e XVIII secolo, come le Rivoluzioni americana e francese, si sono basate sulla comunicazione stampata. I periodi di rivoluzione e creazione politica in Europa, 1968 incluso, sono sempre stati accompagnati da un’esuberante moltiplicazione di giornali e pubblicazioni di ogni sorta.
Capiamoci bene: non voglio sostenere che ogni nuova preponderanza di un mezzo di comunicazione determini automaticamente il regime politico corrispondente, ma che alcuni cambiamenti politici non sono possibili – e nemmeno pensabili – senza l’esistenza di un media appropriato. D’altro canto, credo che i regimi politici arcaici non possano sopravvivere a lungo se una porzione significativa della popolazione che assoggettano accede a nuovi mezzi di comunicazione. Il terrore che hanno le dittature nei confronti della libertà di stampa, delle radio, delle televisioni satellitari e di Internet è perfettamente giustificabile.
La stampa, la fotografia, il cinema, il telefono, la radio e la televisione, accompagnati dallo sviluppo dell’istruzione pubblica e dalla facilità di spostamento degli ultimi due secoli, hanno reso il mondo più visibile, più ascoltabile, più accessibile, più trasparente. L’ampliamento della «sfera pubblica», cioè di uno spazio condiviso di visibilità e comunicazione collettiva ha definito in un colpo solo il suo complementare: la sfera privata e riservata dell’individuo o della famiglia. Gli anglofoni parlano di privacy, ma potremmo parlare di opacità. Il segreto d’affari, il segreto di Stato, il segreto militare (“classified”), il segreto del confessionale, dell’alcova o il segreto medico sono conservati in luoghi chiusi, opachi, refrattari alla comunicazione. Lo schiudersi del cyberspazio non fa che proseguire il movimento plurisecolare dell’aumento di visibilità e trasparenza. In ambito scientifico, le tecniche di visualizzazione hanno un’importanza sempre crescente: schemi, mappe, foto, film, simulazioni interattive appartengono sempre più all’attività quotidiana dei ricercatori. Le immagini traducono e semplificano la percezione dei numerosi dati e sono sempre più create ed elaborate al computer. La manipolazione dei modelli visivi di fenomeni complessi (un’interazione tra molecole per esempio) si fa strada tra i metodi teorici ed astratti. La “visione diretta” delle rielaborazioni informatiche è diventata una pratica - ed un principio epistemologico - sempre più legittima, anche se sappiamo che tutte le immagini sono costruite, comprese le immagini prodotte dal nostro cervello. I giochi contemporanei, i videogiochi e i giochi di ruolo virtuali a più partecipanti, sempre più popolari su Internet, testimoniano questo nuovo modo di apprendere la realtà con il quale le nuove generazioni hanno sempre maggior dimestichezza.
Il cyberspazio ci permette di osservare in maniera sempre più diretta quasi tutto ciò che vogliamo vedere, e questa tendenza sarà sicuramente in aumento nel futuro. Vi è ormai una sempre maggior diffusione di webcam che ci permettono di guardare liberamente quel che più ci interessa. Esistono strumenti sempre più sofisticati con i quali possiamo vedere in tempo reale i fondali marini, lo stato dell’atmosfera, le galassie ai confini dell’universo, la forma precisa delle molecole, l’interno del nostro corpo e tutto ciò che si può visualizzare. Il cyberspazio diventa quindi anche una rete dove si captano informazioni “esterne”, il mondo fisico, ed “interne”, la società e l’immaginazione umana: una rete sempre più vasta e più variegata. Questo mondo di cacciatori di immagini è associato ai processi di visualizzazione e diffusione che rispondono in maniera sempre più facile al desiderio di sapere legato ad Internet. Ogni giorno vengono realizzati nuovi sistemi di simulazione sempre più realisti e divertenti che ci permettono di esplorare in maniera facile tutte le evoluzioni dei sistemi complessi di ogni natura, comprese le società umane. Da un sistema mediatico dominato dalla televisione, stiamo passando ad un sistema di comunicazione che ci permetterà l’onnivisione: potremo dirigere il nostro sguardo ovunque nello spazio, su ogni scala di grandezza, in ogni disciplina, nel tempo e nel mondo virtuali, fittizi, ma sperimentabili che saranno sicuramente in aumento. La nuova conoscenza attraverso la “visione diretta”, non ci assicura il sapere obiettivo di una realtà finita, ma piuttosto il fatto di continuare a scoprire nuove dimensioni di una natura virtualmente infinita. Man mano che gli strumenti di osservazione e simulazione si perfezionano, la possibilità d’azione aumenta, così come aumentano i rischi e il peso delle responsabilità che corrisponde a questa potenziale nuova realtà. La sfera del reale si dilata allo stesso ritmo rispetto a quello dello spirito.
Quasi tutte le riviste scientifiche, le migliori enciclopedie, le informazioni legali e amministrative dei paesi avanzati, le radio, i giornali di ogni sorta e nazionalità e presto anche le televisioni sono già disponibili sul Web, senza contare le numerose testate di informazione che esistono solo sul Web. Ora, queste informazioni sono accessibili da qualsiasi punto della rete e solitamente sono gratuite o poco costose. In materia di trasparenza e di accesso alle informazioni, questo traguardo è ben superiore a tutto ciò che l’umanità ha conosciuto finora. Non si tratta solamente di una differenza nell’intensità del fenomeno, ma di un vero e proprio cambiamento nella natura dello spazio di comunicazione, di un salto dell’intelligenza collettiva.
Ogni segno prodotto dall’umanità, tende a raggiungere la sfera di una visibilità universale nel cyberspazio. Questo nuovo ordine rimette radicalmente in questione una cultura fondata sulla rottura tra pubblico e privato, come del resto quella tra realtà e illusione. Dobbiamo sottolineare, però, che le società cosiddette “primitive” non conoscono queste divisioni create dalla civiltà della stampa. Nelle tribù dei primitivi la nozione di vita “privata” non aveva senso e le visioni di sogno o di viaggio sciamanico avevano altrettanta importanza rispetto alla sfera contingente. Certamente le iniziazioni aprivano le porte verso dei labirinti interiori insospettabili per un profano. Esisteva quindi un ambito del nascosto; non è forse lo stesso oggi? Nel momento in cui tutto il sapere è accessibile sono solo la forza del dubbio e la pazienza dello studio a costituire le nuove formule magiche.
Sul piano politico, a cui siamo più strettamente interessati qui, c’è da prevedere che la società umana, il suo flusso demografico, economico, di informazione, le sue comunità, i suoi interessi divergenti, le sue passioni, le sue idee, i suoi dibattiti, i suoi contenuti contraddittori, le sue sovrapposizioni di potere, le sue sofferenze e la sua intelligenza collettiva, saranno sempre meglio conosciute, catalogate in tempo reale e trasparenti per tutti. La scrittura era stata a fondamento delle gerarchie e del segreto di Stato, l’alfabeto della città antica e della libera cittadinanza, la stampa dell’opinione pubblica, dell’idea di diritto dell’uomo e della democrazia; allo stesso modo, l’onnivisione o la trasparenza digitale, diverrà fondamento di una cyberdemocrazia ancora difficile da immaginare.
Sicuramente le istituzioni degli Stati forti, come la National Security Agency (NASA) americana, captano ed analizzano con potenti mezzi informatici tutto ciò che circola su Internet. Si è scoperto recentemente che la NASA, in cooperazione con i servizi segreti inglesi, canadesi, australiani e neozelandesi, controllava tutte le comunicazioni mondiali comprese quelle statali e quelle delle grandi imprese europee.
Bisogna sottolineare che il tema della difesa della «privacy» su Internet, minacciato anche dagli strumenti di polizia e di Stato, come dalle operazioni di marketing personalizzato del commercio online, è dibattuto in molte riviste e forum virtuali.
Dobbiamo temere forse un nuovo totalitarismo? Rispondo categoricamente di no: la trasparenza generalizzata verso la quale ci stiamo dirigendo tende a divenire simmetrica. La libertà d’espressione e l’accesso alle informazioni aumenta in tutto il mondo e non solamente per gli organi statali o per le imprese. In termini di comunicazione, il potere autoritario infatti si definisce per l’assimetria della visibilità: i domini sono trasparenti, mentre il centro del potere resta fosco. Allo stesso modo, il totalitarismo si caratterizza dal carattere verticale e unidirezionale del flusso d’informazioni:
- le comunicazioni orizzontali, trasversali e libere sono vietate;
- le informazioni arrivano dalla popolazione, gli ordini e la propaganda scendono dal potere.
Si può notare che il tipo di comunicazione che il cyberspazio rende possibile è l’esatto contrario di questo modello.
Non è forse vero, però, che il potere di solito vorrebbe rimane nascosto? Pensare questo significa confondere il potere nell’era dell’intelligenza collettiva con il vecchio potere di tipo mafioso che è prevalso sulla maggioranza della Terra fino ai nostri giorni e i quali totalitarismi e dittature del XX secolo ci hanno dato il peggior esempio. Oggi le istituzioni politiche più forti del mondo, cioè il Congresso e il governo americani, per esempio, sono anche le più trasparenti sul Web. Se abbiamo la pazienza di cercare, possiamo trovare tutto sulle multinazionali che dominano il mercato... e agire di conseguenza. Quindi le due maggiori potenze mondiali, cioè il governo americano e le multinazionali, sono anche le più trasparenti. Esse lo sono in un certo senso «per natura» poiché la democrazia e la libertà di stampa sono ben radicate negli Stati Uniti, e allo stesso tempo le grandi società hanno bisogno di comunicare con i loro azionisti, i loro clienti, i loro impiegati in un sistema di scambi sempre più trasparente (la Borsa, il mercato, i media...). Scopriamo qui che la potenza è associata alla trasparenza, così come il potere all’opacità. Non vi è nulla di logico in questo risultato, dato che l’opacità lascia spazio a comportamenti egoisti, non etici, abusivi, menzogneri, illegali, che non favoriscono certo lo spirito di cooperazione, di aiuto reciproco e di condivisione del sapere che è alla base di un’efficace intelligenza collettiva. La corsa verso la potenza è quindi anche la corsa verso la trasparenza.
Il parallelo propagare della pornografia e delle esigenze morali trovano il loro punto di partenza da un unico principio che trascende le distinzioni tra bene e male: bisogna guardare tutto. Parlo di esigenza morale perché la trasparenza è anche sinonimo di «lotta contro la corruzione». Per la natura umana così com’è sempre stata, la visibilità sembra favorire l’onestà, così come i video di sorveglianza nei luoghi pubblici dissuadono dalla delinquenza. Gli scandali sessuali e finanziari che colpiscono il mondo politico ormai da diversi anni in più paesi democratici, l’accanimento dei giudici, dei giornalisti e degli oppositori che si appigliano ad ogni minimo errore o gaffe dei dirigenti, non sono solamente segno della défaillance morale dell’élite politica, ma anche dell’aumento della volontà umana di praticare sempre più una trasparenza democratica. Questa trasparenza è indissociabile dalla libertà di stampa e dall’indipendenza della giustizia. Gli uomini politici sono probabilmente meno corrotti oggi che in passato, ma questa corruzione è più visibile. Tutto questo non avviene purtroppo in Cina, Siria o in Birmania dove i capi politici di dubbia moralità non sono certamente perseguiti, né dal potere giudiziario, né dai giornalisti, né dal popolo.
La libertà è maggiormente garantita dalla luce che dall’ombra, la trasparenza permessa dagli strumenti del cyberspazio, a condizione che essa rimanga simmetrica ovviamente, ci sembra sintomo non solo del cambiamento della democrazia moderna alla cyberdemocrazia, ma anche della prossima caduta delle dittature. Il loro modo di agire infatti è sempre meglio conosciuto e provoca solo povertà, guerra ed esodo delle popolazioni. Quale dittatura potrebbe sopravvivere in un paese dove risiede il 25% degli utenti di Internet?

di PIERRE LEVY (tratto da CYBERDEMOCRAZIA - SAGGIO DI FILOSOFIA POLITICA. A cura di Giuseppe Bianco. Mimesis Edizioni di prossima pubblicazione)

martedì 30 ottobre 2007

MICHEL FOUCAULT - Conversazioni. Intervista di Roger-Pol Droit



"Come si definirebbe?
Sono un artificiere. Fabbrico qualcosa che alla fin fine serve a un assedio, a una guerra, a una distruzione. Io non sono per la distruzione, ma sono a favore del fatto che si possa passare, che si possa avanzare, che si possano abbattere i muri”.
Michel Foucault


Tre interviste rilasciate da Michei Foucault in un momento decisivo per le sue ricerche — è stato da poco pubblicato "Sorvegliare e punire" — e una testimonianza del giornalista Roger-Pol Droit, suo amico, che le ha raccolte. Sono gli ingredienti di questo libro, nel quale vengono a precisarsi i contorni, anche personali, di uno degli intellettuali più importanti del Novecento. Inutile chiedere a Foucault dove si colloca, in quale ambito disciplinare si dispongono le sue ricerche, quali sono le premesse ideologiche del suo lavoro: le sue risposte lo vedranno sempre sottrarsi a una precisa appartenenza, a una identificazione, persino a una istanza di identità. Eppure, attraverso gli abili e talvolta addirittura beffardi smarcamenti, Foucault lascia trapelare una serie di indizi suggestivi, intriganti, ma soprattutto preziosi per chi voglia mettersi sulle tracce di una ricerca sistematicamente rivolta alla costruzione di strumenti in grado di produrre effetti di libertà.


Michel Foucault (Poitiers 1926 - Parigi 1984) è l’autore della Storia della follia (1961), grandioso studio sull’internamento dei folli con cui si inaugura una ricerca che, successivamente, verrà orientata sui momenti decisivi della nascita del moderno - Nascita della clinica (1963), Le parole e /e cose (1966), Sorvegliare e punire (1975), La volontà di sapere (1976) - e delle modalità di costituzione dei soggetti nell’antichità - L’uso dei piaceri e La cura di sé, entrambi del 1984. Dal 1970 ha insegnato al Collège de France.

Roger-Pol Droit (Parigi 1949) è giornalista di “Le Monde”, ricercatore al CNRS, insegnante e scrittore. Tra i suoi libri: L’Qubli de l’Inde (1989), La Compagnie des philosophes (1998), Piccola filosofia portatile (2001), La Compagnie des contemporaines (2002), La filosofia spiegata a mia figlia (2004).

Fabio Polidori insegna Filosofie del Novecento e Filosofia della comunicazione all’Università di Trieste. E redattore di “aut aut”. Tra i suoi libri: Necessità di una illusione. Lettura di Nietzsche (2007), e L’ultima parola. Heidegger/Nietzsche (1998).

ALAIN BADIOU - Inestetica




a cura di Livio Boni

A differenza di un'Estetica filosofica, l'idea di un'Inestetica intende scongiurare ogni pretesa di fondare un tribunale filosofico cui sottomettere le opere d'arte, sul modello del tribunale del «giudizio di gusto» kantiano o della «storia dell'arte» sistematica dell'idealismo. Tuttavia non si tratta affatto di rinunziare a pensare il rapporto tra arte e filosofia, al contrario. Se infatti per Badiou l'arte è una «procedura di verità» del tutto autonoma, al pari dell'amore, della politica e della matematica, questo esige che la filosofia la solleciti, non nell'intento di pensare l'arte con la filosofia, ma di mostrare come l'arte pensi, compiutamente e direttamente, attraverso il suo farsi-opera ; e come il suo pensare valga anche per la filosofia.

In questa prospettiva la poesia di Mallarmé occupa per Badiou una posizione privilegiata, in quanto interamente costruita sulla ricerca di una forma rigorosa di nominazione del sottrarsi dell'essere nel suo stesso balenare, sorta di matematica del sensibile, che permette a Badiou di tradurre poeticamente la propria ontologia dell'evento.
Da qui il fatto che la lettura di Mallarmé, ed in particolare dei poemi il Colpo di dadi e Il pomeriggio di un Fauno, costituiscano il filo rosso di questa raccolta di saggi apparentemente disparata.
L'altro saggio magistrale, che chiude la raccolta, è quello su Worstward Ho di Beckett, di cui Badiou mostra l'irriducibilità a poeta dell'assurdo, offrendone una lettura metafisica tutta centrata sulla differenza minimale tra essere ed esistere.
Il percorso si svolge tra Mallarmé e Beckett, ma nel frattempo è anche questione di Pessoa, o della poesia araba preislamica, in questa serie d'incursioni filosofiche nella poesia che anima il volume; serie a sua volta completata dalla convocazione del cinema come «falso movimento», dalla riflessione sul rapporto tra filosofia e danza, o dalla formulazione di una serie di «tesi sul teatro»

Dietro i brillanti esercizi di lettura soggiace un problema teorico fondamentale per Badiou : come sottrarsi alle tre grandi soluzioni del problema della relazione tra arte e filosofia: la soluzione platonica (o «didattica»), la soluzione aristotelica («terapeutica») e quella romantica («mistica»), a loro volta riattivate dalle tre grandi estetiche del XX° secolo: marxismo, psicoanalisi e ermeneutica.

Contemporaneo agli altri due brevi trattati Metapolitica (Napoli, Cronopio, 2002) e Ontologia transitoria (Mimesis, 2008), questo volumetto può leggersi almeno in tre modi: in relazione all'evolvere del pensiero di Alain Badiou, uno dei più importanti filosofi francesi viventi, successivamente suo primo grande trattato sistematico (L'essere e l'evento, Il Melangolo, 1995 ) ; come un contributo alla discussione sul rapporto tra filosofia e poesia dopo Heidegger (Mallarmé vs Hölderlin) ; come una serie di pezzi di bravura teorico-critica da parte di un autore che, come Badiou, non è solo il più platonista tra filosofi contemporanei, o uno degli ultimi pensatori politici «radicali», ma è anche scrittore e drammaturgo confermato (Ahmed filosofo, farsa in ventidue scenette, Costa e Nolan, 1996).
La prefazione di Livio Boni permette d'inquadrare i primi due aspetti del libro, mentre l'ultimo si evince direttamente dallo stile di Badiou, più prossimo al pamphlet o al manifesto poetico che non al tono compassato della critica letteraria.

Alain Badiou, nato nel 1937 a Rabat (Marocco), fu allievo di Louis Althusser, partecipando attivamente al celebre "corso di filosofia per scienziati" organizzato dal filosofo marxista all'Ecole Normale Supérieure a Parigi (cfr. Il concetto di modello, Jaca Book, 1972). Tuttavia Badiou non fu mai althusseriano e, già a metà degli anni '60, il suo pensiero appare sospeso tra due poli : il militantismo maoista e l'insegnamento di Lacan. Del primo, Badiou conserverà il radicalismo fino ad oggi, ed ai suoi scritti politici più recenti (Metapolitica, Cronopio, 2002); del secondo farà tesoro muovendo in direzione della rifondazione di una «teoria del soggetto» fortemente marcata dalla meta-matematica lacaniana e dall'idea di una divisione strutturante il Soggetto, fino a fargli prendere corpo nel suo primo grande libro sistematico (L'essere e l'evento, Il Melangolo, 1995).
Recentemente, Badiou ha prolungato la propria impresa speculativa, con un secondo trattato, volto a chiarire il rapporto tra essere e apparire, Logiques des mondes. L'être et l'événement II, confermandosi come l'ultimo rappresentante di rilievo della filosofia francese post-'68, sovversiva nella teoria quanto politicamente radicale.

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lunedì 3 settembre 2007

ANDREA EMO - Aforismi per vivere



“Un pensiero perfetto in sé non esiste; un pensiero è perfetto solo nella serie innumerabile dei pensieri che nascono da esso”.
Andrea Emo (1934, Q. 27)

Emo apre continuamente la mente del lettore; lo spinge a porsi delle domande, a ripensare cose che sembrano date, positive, fissate nella loro quotidianità. Sa bene che la luce del quotidiano è importante, ma sa anche che non bisogna farne un idolo. Una tensione profonda comunicano dunque queste pagine; la stessa che ci fa profondamente amare la scrittura di Andrea Emo – il quale non ha paura di ascoltare la voce delle Muse, anche se sa che la tensione verso il bello, verso il bene, verso la Luce, si rovescia ogni volta nel pericolo delle Chimere o delle Sirene (i mostri che possono anche distruggerci). In questo senso credo che Emo abbia saputo fare suo un bellissimo avvertimento di Ezra Pound, là dove quest’ultimo,
in uno dei suoi Cantos, ci ammonisce a non fidarci dell’astuto eroe omerico. State attenti ad Ulisse! Perché questi, ai suoi compagni, ha dato solo “cera per gli orecchi”. Ma Emo non ci dà affatto cera per gli orecchi, bensì uno dei più
profondi e sentiti ‘sì’ alla vita.
Giulio Giorello

Andrea Emo (Battaglia Terme 1901- Roma 1983), discendente di una importante famiglia veneta, figlio di Angelo Emo Capodilista ed Emilia dei baroni Barracco, sposa Giuseppina Pignatelli dei principi di Monteroduni, con la quale vive sino alla morte, avvenuta a Roma l’11 dicembre 1983. Allievo di Giovanni Gentile, matura ben presto una propria originale prospettiva filosofica, che elabora solitario, senza mai pubblicare nulla in vita. Ha poche amicizie nel mondo della cultura italiana, ma molto significative. Frequenta infatti Alberto Savinio, Ugo Spirito e Cristina Campo. Riempie centinaia di quaderni dalle cui pagine sono tratti anche i frammenti di questa raccolta. Sono stati sinora pubblicate varie antologie tratte dai suoi manoscritti, delle quali ricordiamo quella pubblicata da Raffaello Cortina nella collana diretta da Giulio Giorello, Supremazia e maledizione (Milano 1998) e quella recentemente pubblicata da Bompiani, Quaderni di metafisica 1927-1981 (Milano 2006).
Raffaella Toffolo (Venezia, 1968) è ideatrice e coordinatrice dell’attività editoriale per Chorus Cultura. Ha redatto i Quaderni di metafisica 1927-1981 di Andrea Emo per la collana “Il pensiero occidentale” (Bompiani, Milano 2006). Hanno pubblicato sue fotografie, soprattutto di filosofi italiani e legate alla figura di Andrea Emo, quotidiani e riviste nazionali.
Ha inoltre realizzato copertine di libri e cd musicali. Tra le sue pubblicazioni fotografiche ricordiamo: PANTA Filosofia (Bompiani, Milano 2003).

PAOLO BOZZI - Un mondo sotto osservazione. Scritti sul realismo



“In questi studi Bozzi mostra non come è fatto il mondo, ma come noi lo percepiamo, come arriva al nostro occhio, alla nostra corteccia cerebrale, alla nostra mente e al nostro cuore; cosa succede quando le cose, i colori, i movimenti, la vita intorno a noi entrano in noi e diventano oggetto di esperienza, di classificazione, di amore o di rifiuto. Tutto questo diviene
letteratura – un’ affascinante, zingaresca e precisa letteratura”.
Claudio Magris

“Muovendo proprio dalla certezza sensibile, la vittima preferita della filosofia, Paolo ha combattuto la sua lotta filosofica a favore di una rifondazione dell’esperienza, una lotta che può apparire impari solo se si concepisce la filosofia
come una battaglia tra ombre e teorie, e non anche tra osservazioni minute ed esatte, tratte dall’inesauribile sfera della percezione. Giocando da outsider e con altri materiali, ha toccato il nocciolo della questione. L’anomalia non è
così grande: un ingegnere, Carlo Emilio Gadda, ha rinnovato la letteratura italiana del Novecento. Uno psicologo, Paolo Bozzi, ne ha ringiovanita la filosofia”.
Maurizio Ferraris


Scritti sul realismo è il frutto dell’ultimo, intenso, decennio di riflessione di Paolo Bozzi e rappresenta così il condensato del suo testamento filosofico. Il volume, inedito, raccoglie una serie d’importanti saggi elaborati durante gli
anni novanta, in cui lo psicologo affronta cruciali problemi a cavallo tra scienza e filosofia seguendo l’approccio anti-psicofisico e la fenomenologia sperimentale iuxta propria principia che aveva da sempre contraddistinto il suo
originale e rigoroso programma teoretico. Alcuni aforismi e racconti che aprono e chiudono il volume sono proprio tesi a ricordarci, nella loro lucida intelligenza, la ricchezza d’interrogativi e di temi filosofici che è possibile dispiegare tramite
la semplice osservazione del mondo esterno.

Paolo Bozzi (1930-2003), psicologo sperimentale formatosi a Trieste con Gaetano Kanizsa, dopo aver insegnato psicologia presso le università di Padova e di Trento, è stato fino al 1999 professore ordinario di Metodologia delle scienze del comportamento alla Facoltà di Psicologia dell’Università di Trieste. Musicologo, padre della “fisica ingenua”, allievo di Rodolfo Lipizer per il violino, ha pubblicato Unità, Identità, Causalità (Cappelli 1969), Fenomenologia sperimentale (Il Mulino 1989), Fisica ingenua (Garzanti 1990), Experimenta in visu (Guerini 1993), Vedere come (Guerini 1998) oltre che Rodolfo Lipizer
nei miei ricordi (Studio Tesi 1997).

venerdì 15 giugno 2007

VINCENZO VITIELLO - I tempi della poesia. Ieri/oggi




L’arte non abita più la regione ideale della Bellezza e del Significato. Ancora ieri la poesia viveva l’esperienza dell’estraneità dell’uomo alla Terra fidando nel potere del linguaggio e della ragione di portare pur il silenzio della natura e della morte alla trasparenza della parola e del significato. La poesia di oggi, resa esperta, dalla più recente storia, della catastrofe dell’umano, cerca altro nelle macerie del linguaggio: non nuovi “significati”, ma un più antico suono, il respiro del corpo. Accostandosi alla natura, questa poesia ridà alla parola significante dell’uomo il peso e l’umore della terra, delle erbe, delle pietre, degli animali. Ha appreso, e ci ha appreso che, oltre lo stare-insieme nell polis, v’è, anche per l’uomo, la possibilità di un più aperto, ospitale, stare-accanto, proprio dell’esperienza del sacro.

Vincenzo Vitiello (1935), professore ordinario di Filosofia teoretica, è uno dei maggiori filosofi contemporanei. Tra i suoi scritti più importanti, tradotti in diverse lingue, segnaliamo: Topologia del moderno (1992), Cristianesimo senza redenzione (1995), Il Dio possibile (2002), Cristianesimo e nichilismo. Dostoevskij – Heidegger (2005).

martedì 5 giugno 2007

MAFFESOLI - Reliance. Itinerari tra modernità e postmodernità




“Questa vita quotidiana, nella sua frivolezza e nella sua superficialità, rischia di essere la condizione di possibilità di qualsiasi forma di aggregazione, qualunque essa sia. Tutto ciò Simmel può aiutarci a pensarlo: l’economia di sé, l’economia del mondo che furono il margine della modernità, lasciano, così, il posto a un altro rapporto con sé e con la natura di cui bisogna ora misurare i contorni.” Michel Maffesoli

Negli interventi raccolti in questo volume, già apparsi in Sociétés, Michel Maffesoli analizza il rapporto tra modernità e postmodernità a partire dalle diverse declinazioni della ragione che entrambe le epoche hanno articolato. Da una parte, la ragione astratta dei moderni: classificatoria totalizzante separata. Dall’altra, quella organicistica e vitalistica dei postmoderni. In mezzo sta, secondo l’originale lettura di Maffesoli, la posizione speculativa di Simmel che ne fa, oltre che pensatore della crisi della modernità, il pensatore della transizione “verso quell’altra cosa che, in mancanza di meglio, si può chiamare la postmodernità”. Completano il volume i saggi di Sabina Curti e Luigi F. Clemente. La prima analizza l’emergenza della sociologia quotidiana maffesoliana a partire dalla débâcle del paradigma funzionalista e dalla conseguente riscoperta di Simmel. Il secondo, nell’orizzonte del crollo del Soggetto moderno, tenta un confronto critico con il pensiero maffesoliano, teso ad evidenziarne fratture e inaspettate continuità.



Michel Maffesoli, professore di Sociologia all’Université René Descartes-Sorbonne-ParisV. È Direttore del CEAQ (Centre d’Etudes sur l’Actuel et le Quotidien) e della rivista Sociétés. Tra i fondatori della sociologia comprensiva, è autore di numerosi libri sui fenomeni di effervescenza sociale postmoderna. Tradotti in italiano: Del Nomadismo (Milano 2000), Elogio della ragione sensibile (Formello 2000), La parte del diavolo (Roma 2003), L’istante eterno (Roma 2003), Il tempo delle tribù (Milano 2004).

ISBN 978-88-8483-597-0
Euro 13,00

martedì 8 maggio 2007

GEORGES BATAILLE - Lascaux. La nascita dell'arte




“Insisto ancora sul sentimento di sorpresa che si prova a Lascaux. Questa straordinaria caverna non cesserà mai di sbalordire: non finirà mai di corrispondere a quella brama di miracolo, che è, nell’arte come nella passione, l’aspirazione più profonda della vita. Ciò che reputiamo degno di essere amato è sempre ciò che per qualche verso ci sorprende: è l’insperato, l’insperabile. Come se, paradossalmente, la nostra essenza fosse costituita dalla nostalgia di raggiungere ciò che credevamo impossibile”
Georges Bataille

In questo straordinario testo, Georges Bataille fa sfilare davanti ai nostri occhi le prime figure create dall’uomo non per perseguire uno scopo utile, bensì al solo fine di corrispondere alla sua essenza spiritualmente libera: la caverna dipinta di Lascaux rappresenta la nascita assoluta dell’arte. Questo “miracolo” coincide però con l’apparizione nel mondo dell’uomo stesso e con il congedo dal suo passato animale; arte, umanità ed espressione del sacro compaiono insieme all’origine, concentrate in questa eccezionale testimonianza figurativa. Attraverso una sapiente considerazione delle manifestazioni di queste prime origini (la festa, il gioco, il sacrificio, il divieto e la trasgressione), Bataille ci avvicina a quegli uomini che, come viene affermato nel testo, furono nella storia coloro che cominciarono.

ISBN 8884835987 pp. 100
Euro 13,00

ERIC WEIL - Violenza e libertà. Scritti di morale e politica



“La politica è violenza contro violenza: solo nel momento in cui prende coscienza di questa propria natura essa può voler rendere superflua la propria violenza contro-violenta […]. Da quel momento la politica può volere, deve volere la libertà
di tutti gli individui, libertà negativa in quanto libertà dalla coercizione del bisogno e dell’ostilità della natura esterna e libertà dal timore della violenza degli uomini naturali, e libertà positiva per ciascuno di dare un senso alla propria esistenza,
nei limiti della libertà accordata a tutti gli altri”.
Eric Weil

Questo volume di Eric Weil propone un’interpretazione del legame tra la violenza e la libertà, inteso come espressione della relazione tra individuo e Stato. Libertà nelle leggi, libertà dalle leggi; violenza dello Stato, violenza contro lo Stato; legittimità della violenza garante di libertà; libertà come esclusione della violenza. Ancora una volta, la filosofia di Weil rappresenta un’autorevole chiave di lettura delle circostanze storico-politiche contemporanee, una tensione sempre attuale verso l’universalità della realtà umana.
Il volume è arricchito da cinque saggi critici sul pensiero di Eric Weil nelle sue declinazioni teoretiche, morali e politiche, e nell’ambito del pensiero filosofico contemporaneo.

ISBN 9788884835963 pp.192

Euro 15,00

FRANCO RELLA/ SUSANNA MATI - Georges Bataille, filosofo




In questo testo si tenta un nuovo approccio al pensiero di Georges Bataille, col proposito di restituire all’autore la centralità filosofica che merita, liberandolo dalle interpretazioni parziali che ne hanno spesso oscurato il senso.
Attraverso la discussione serrata con gli aspetti filosoficamente più vertiginosi, dal superamento del ‘senso’ al ‘non-sapere’, fino a giungere ai limiti di un territorio ‘impossibile’, si scopre tuttavia al fondo di questa smisurata tensione la necessità
di un’insopprimibile esigenza metafisica, radicata nel cuore del singolo ente e della cosa stessa. Il testo, risulta nuovo anche per costruzione: due saggi autonomi e un confronto conclusivo a due voci per svilupparne e consolidarne i risultati. La figura di pensatore che ne emerge è degna di collocarsi, per il suo aprire alla filosofia futura, tra i grandi del Novecento.

ISBN 9788884834539 pp. 87

Euro 13,00

LUDWIG WITTGENSTEIN - Conversazioni annotate da Oets K. Bouwsma




“Quando un uomo è profondamente convinto di ciò che deve fare, è allora che si può vedere quant’è strano quel che fanno i filosofi”. Forse sta proprio qui, in queste poche parole “autobiografiche”, l’originalità di Ludwig Wittgenstein. Conversazioni annotate da Oets Bouwsma, volume edito da Mimesis e curato da Luigi Perissinotto, docente all’Università Ca’ Foscari di Venezia e sicuramente uno dei massimi studiosi italiani del grande pensatore austriaco. Certo, la pubblicazione rappresenta in qualche modo il completamento del percorso di ricerca dell’autore del Tractatus logico-philosophicus, fotografando proprio i suoi ultimi anni di vita. Ma ciò che più incuriosisce, scorrendo le annotazioni di Bouwsma, è la capacità dei testi di riportare non tanto e non solo spunti di riflessione filosofica, quanto di attingere dal modus vivendi proprio un filosofo che non ha mai separato l’attività del pensiero da una rigorosa disciplina etica. Le conversazioni che Bouwsma “registrò” durante quei pochi incontri, avvenuti tra il 1949 e il 1951 prima alla Cornell University di Ithaca, nello Stato di New York, poi a Oxford, rappresentano diario di bordo per chiunque intenda avvicinarsi a Wittgenstein, perché mostrano il pensatore alle prese con i ferri del mestiere, visto in carne e ossa attraverso gli occhi di un “discepolo”, non analizzato e vivisezionato esclusivamente sotto la lente della produzione accademica. E anche se “non vi è differenza sostanziale tra il Wittgenstein che scrive e quello che conversa” come osserva Perissinotto nella sua introduzione – il volume ci restituisce un riflesso della potenza del suo pensiero nel momento in cui si irradia verso chi ascolta affascinato, nella fattispecie Bouwsma, il quale sembra più impegnato a riportare fedelmente le analisi wittgensteiniane che sostenere un contraddittorio filosofico vero e proprio. Completando il composito mosaico del corpus di opere del genio viennese, Conversazioni inaugura anche una nuova collana di filosofia, Volti, che ospiterà, tra le altre, opere di Deleuze, Severino, Žižek, Derrida, alternando testi inediti, presentati e tradotti in italiano per la prima volta, e ristampe di libri anche fuori catalogo, intendendo così riproporre alcuni strumenti indispensabili per chiunque voglia interrogarsi criticamente sul presente. Attraverso un approccio grafico innovativo la copertina riproduce una foto dell’autore con il viso coperto dal titolo del libro –, la collana propone di fornire una galleria dei più importanti filosofi della scena contemporanea, svelandone “volto” solo alla fine del percorso, all’ultima pagina, quando l’identikit del pensatore “di turno” già stato tracciato nella mente del lettore come riflesso del suo pensiero e della sua opera.

ISBN 888483368X - pp. 85

Euro 12,00

lunedì 7 maggio 2007

GILLES DELEUZE, GEORGES CANGUILHEM - Il significato della vita. Letture del III capitolo dell’ Evoluzione creatrice di Bergson




Qual è il rapporto che intercorre tra il pensiero e la vita? E' possibile rendere conto razionalmente del fatto vitale e contemporaneamente radicare il pensiero nella vita senza fare uso delle lenti deformanti di un pensiero troppo umano, ma senza ricadere in un vitalismo irrazionalista oppure metafisico? Il presente volume, raccogliendo i commenti dell' "Evoluzione creatrice" elaborati da due tra i più importanti filosofi francesi del '900, cerca di fornire le coordinate per una nuova posizione del problema. Questi testi, appartenenti a due diverse congiunture filosofiche, costituiscono una preziosa chiave di lettura del terzo capitolo dell'"Evoluzione creatrice. Il significato della vita", cuore della filosofia bergsoniana e momento fondatore di un singolare sguardo verso la vita del panorama filosofico del secolo scorso.
Chiude il volume una ricca appendice contenente una conferenza inedita di Gilles Deleuze sulla "Teoria delle molteplicità in Bergson" e un saggio critico di Frédéric Worms sul rapporto tra spirito e materia nella filosofia di Bergson,

JACQUES DERRIDA - Il tempo degli addii




“L’avvenire ha una storia? Il tempo e il futuro possano integrarsi in una prospettiva unitaria, dalla quale cercare di comprendere l’uno e l’altro?”. Sono solo alcuni dei quesiti che guidarono Jacques Derrida nell’ultimissima fase della sua vita, durante la stesura de Il tempo degli addii, che a due anni dalla scomparsa del filosofo francese entra a far parte della nuova collana Volti, pubblicata da Mimesis Edizioni e arricchita dall’intervento di Graziella Berto, traduttrice delle opere principali di Derrida e, curatrice dell’introduzione.
Pensato inizialmente come introduzione all’importante testo su Hegel di Catherine Malabou L'avenir de Hegel, il volume ha sviluppato pian piano una sua autonomia, sino a diventare uno degli scritti più significativi della tarda produzione di un autore che ha segnato come pochi altri la scena filosofica contemporanea.
Quando Derrida si affaccia alla fine della sua vita, accorciando le distanze dalla consapevolezza dell’avvicinarsi alla morte, si confronta con un dilemma legato alla coesistenza tra il tempo cronologico e il tempo umano. È una soglia, un punto impossibile in cui il tempo si biforca cambiando di natura: dalla certezza della storia si passa all’apertura della possibilità, dell’incertezza. Il tempo dell’avvenire non continua quello del presente, ma ne segna una discontinuità, una rottura: eppure, col suo potere di revocare costantemente la storia e la storicità, l’avvenire è il tempo più proprio dell’uomo, la dimensione temporale sulla quale dobbiamo scommettere pur non avendo alcuna certezza di un “ritorno” al presente.
In questa riflessione Derrida propone un attraversamento di Heidegger ma soprattutto di Hegel, il cui apporto alla riflessione sul tema della temporalità risulta tanto importante quanto spesso frainteso. Anzi, quello con il pensiero del filosofo tedesco è quasi una resa dei conti, una soluzione finale di un rapporto complesso e sfaccettato che accompagna Derrida fin dall’inizio della sua produzione. Come osserva lo stesso Derrida nella postfazione “Hegel occupa nella mia biblioteca un margino interno? Nemmeno? Visibile, cancellato”.
È come se Derrida volesse, con questa osservazione, indicarci un’ulteriore possibile strada, sotterranea e quasi invisibile, che percorre il suo pensiero, quella di un avvicinamento possibile fra lui e Hegel, una possibilità sempre esplicitamente negata.
Ma il senso di tale operazione non si esaurisce in un riconoscimento al debito con il filosofo tedesco, puntando piuttosto a delineare con questo incontro la consapevolezza di una nuova potenza della riflessione hegeliana, che sia appunto da scrivere all’avvenire del pensiero e non semplicemente alla sua storia.

ISBN 8884834333 - pp. 128
Euro 13,00

MASSIMO DONA' - Il mistero dell'esistere. Arte, verità e insignificanza nella riflessione teorica di René Magritte




In questo volume, Massimo Donà, filosofo che ha sempre diviso i suoi interessi tra l’ambito teoretico e quello estetico, si concentra sull’analisi di una delle figure più rappresentative della produzione artistica del Ventesimo secolo: René Magritte. Un artista belga la cui produzione rappresenta forse una delle icone più significative dell’immaginario contemporaneo. Ma l’autore si concentra qui soprattutto sul ‘pensiero’ di Magritte, mostrando come la qualità teorica degli scritti dell’artista belga non sia affatto inferiore, ma forse addirittura superiore, a quella della sua produzione pittorica.
In questo agile, ma nello stesso tempo intenso volume, si fa dunque vedere come, nella riflessione teorica di Magritte, vengano condotti alle loro estreme conseguenze alcuni nodi speculativi che accompagnano forse da lungo tempo un importante filone del fare artistico occidentale. E si mostra come la sorprendente potenza filosofica di Magritte renda la copiosa quantità dei suoi scritti essenziale interlocutrice di altre grandi voci del secolo appena terminato: da Freud a Merleau-Ponty, da De Chirico a Breton; ponendo il Magritte ‘filosofo’ in stretto ed essenziale rapporto anche con un filosofo della statura di Schopenhauer – che già nell’Ottocento prefigurava alcune delle grandi questioni venute alla luce in tutta la loro effettiva potenza nel secolo cosiddetto ‘breve’.
Insomma un testo che aiuta il lettore a familiarizzare con il senso essenziale di ciò che siamo soliti definire “esperienza estetica”; e dunque con l’enigma costituito per ognuno di noi da un fare assolutamente stra-ordinario come quello dell’arte; ovvero, con le sue magnifiche ma nello stesso tempo essenzialmente ‘incomprensibili’ produzioni. Ovvero con opere che, come sapeva bene Magritte, di tutto parlano, fuorché dei contenuti che purtuttavia esse sembrano comunque impegnate a rappresentare.
Pochi, infatti, come l’artista in questione – e in queste pagine di Donà la cosa viene messa in luce con la massima chiarezza –, sono riusciti a comprendere che la posta in gioco, nella vera produzione artistica, non è mai qualcosa di relativo alla psiche umana (da cui il suo rifiuto di dare alla propria opera un significato psicoanalitico, e dunque la polemica con Breton), o di comunque esplicativo in ordine al senso che il mondo di fatto riveste per ognuna delle nostre vite, ma chiama in causa piuttosto ciò che Magritte stesso definisce il misterioso silenzio del mondo. Ovvero, l’enigma essenziale costituito non tanto questo o quel modo dell’esistere, ma del semplicissimo fatto che qualcosa ‘sia’. Mostrando per ciò stesso come arte e filosofia, in un certo Novecento, formulino da ultimo la stessa inquietante e forse inutile domanda , relativa appunto al “perché qualcosa, piuttosto che niente ?”

ISBN 8884834325 - pp. 150
Euro 13,00

MAURIZIO FERRARIS - Tracce



“All’inizio degli anni Novanta, incominciai a dubitare dell’ermeneutica, cioè a essere scettico sullo scetticismo”. Tale affermazione ironica si legge nella postfazione inedita contenuta nel libro di Maurizio Ferraris Tracce, Nichilismo moderno e postmoderno, edito da Mimesis all’interno della nuova collana di filosofia Volti.
Il testo, pubblicato per la prima volta nel 1983, viene oggi riproposto arricchito da nuove riflessioni sul problema del postmoderno nel pensiero di uno fra i maggiori rappresentanti del panorama filosofico italiano contemporaneo.Filo conduttore di questa raccolta di saggi è il problema del nichilismo inteso, alla maniera di Nietzsche, come la ‘convinzione di non possedere la verità’, ‘la dissoluzione dell’essere nella volontà umana’ , e come punto di partenza per le riflessioni intorno alla ‘crisi della ragione’ e al ‘postmoderno’.
Il periodo preso in esame va dagli anni sessanta agli anni ottanta e gli autori analizzati sono quelli che hanno reso vivace e fecondo il dibattito filosofico in questione: si va da Derrida a Deleuze, da Lyotard a Vattimo. Tutto ruota intorno al problema della molteplicità, della crisi, della decostruzione: nichilismo, differenza e postmoderno sono i termini chiave di questa raccolta di saggi nei quali Ferraris manifesta la necessità di spogliare il pensiero dalle sue pretese di autenticità, di liberare il soggetto dall’esigenza di essere custode e latore di verità inconfutabili, per giungere invece a una visione non dogmatica della realtà.
Sebbene nella succitata postfazione inedita l’autore prenda le distanze dalle sue considerazioni di vent’anni prima, Tracce mantiene inalterata la sua capacità di fornire al lettore una sorta di “quadro d’epoca” della postmodernità, fenomeno che non riguarda solo la filosofia ma coinvolge anche discipline distanti fra loro come l’architettura, l’arte, la politica. Ma sbaglia chi crede che Tracce sia solo un sintomo di una temperie culturale ormai tramontata: il postmoderno è l’orizzonte del pensiero nel quale ancora ci muoviamo, e una testo come quello di Ferraris può fornirci la bussola per un orientamento più consapevole in esso.

ISBN 9788884834317 – pp. 171
Euro 15,00

FRIEDRICH NIETZSCHE - La volontà di potenza



“La volontà di potenza” è tra i testi più celebri di Friedrich Nietzsche, esso rimane però il più travisato, in quanto oggetto di revisioni postume che ne hanno deformato l’idea originaria.
Per le Edizioni Mimesis escono, per la prima volta in Italia, i 372 aforismi con la numerazione voluta dall’autore e con le sue annotazioni.
Correva l’anno 1886 quando Nietzsche annunciò, sulla quarta di copertina di “Al di là del bene e del male”, la successiva pubblicazione di una nuova opera, che lui definiva inizialmente “tentativo di una transvalutazione”. Quell’opera era “La volontà di potenza”. Rinunciando all’uscita del testo che doveva rappresentare la chiusura del cerchio per il pensiero nietzcheiano, l’autore creò un’incompiuta che è rimasta tale fino a oggi. Per la prima volta in Italia, infatti, vengono pubblicati tutti i 372 aforismi che nelle intenzioni di Nietzsche dovevano comporre l’opera.
Non che dalla morte del filosofo tedesco siano mancati i volumi dedicati a “La volontà di potenza”. La prima pubblicazione risale già al 1901, uscendo postuma come XV volume della "Grossoktav-Ausgabe" (Naumann, Leipzig, 1901).
Una seconda edizione venne distribuita nel 1906 a cura di Peter Gast e di Elisabeth Förster-Nietzsche, la sorella del filosofo, nei volumi IX-X della "Taschenausgabe".
Proprio quest’ultimo testo, che ampliava notevolmente la prima versione, ha costituito un punto di riferimento per quasi tutte le edizioni successive.
Da allora tante pubblicazioni sono seguite, nella gran parte dei casi con la pretesa di presentare l'ultima (e definitiva) sintesi sistematica del pensiero di Nietzsche. Un po’ comodamente si è tralasciato di considerare che “La volontà di potenza” non è un’opera di Nietzsche, anche se ne è diventato uno dei titoli più conosciuti.
Non si può dimenticare, infatti, che l’autore, pur considerando il testo concluso, non pensò alla sua pubblicazione senza ulteriori interventi. Tutte le raccolte presentate finora hanno offerto una visione parziale e arbitraria della celebre opera, sostituendosi a Nietszsche nella fase di selezione e composizione finale delle annotazioni. Ma è impossibile prevedere come sarebbe stato il testo definitivo se a determinarne l’elaborazione fosse stato Nietszche stesso.
Ecco perché l’unico modo per restare fedeli alle scelte dell’autore è quello di ancorarsi a ciò che lui ha lasciato. Giorgio Brianese, curatore del volume e professore associato di Filosofia teoretica all’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha mantenuto la numerazione posta da Nietszche accanto alle annotazioni, alla quale è stata affiancata quella ormai canonica dell’edizione critica Colli-Montinari.
Da questa inedita raccolta emergono con forza tutti i temi cruciali del pensiero nietszcheiano: la dissoluzione della verità e lo smascheramento delle finzioni della ragione; la morte di Dio e l’avvento del nichilismo; la critica sferzante alla morale e al cristianesimo; il tentativo di far coincidere essere e divenire.
Ancora una volta viene a galla tutta la particolarità della filosofia di Nietszche. Una filosofia diretta, più da leggere che da interpretare. Come scrive Brianese “scrivere su Nietszche può dunque apparire impresa priva di senso (perché, anzi, risulta il più delle volte di una facilità estrema), insensata: meglio prestare ascolto alla sua parola approssimandosi quanto è possibile al suo significato più autentico”.



ISBN 8884834848 - pp. 160
Euro 15,00

venerdì 4 maggio 2007

EMANUELE SEVERINO - La follia dell'angelo




Emanuele Severino è sicuramente uno dei più importanti filosofi della contemporaneità, e la casa editrice Mimesis, attraverso la ripubblicazione della sua opera La follia dell’angelo, a cura di Ines Testoni, nella sua nuova collana di filosofia Volti, ne vuole celebrare l’attualità. È infatti uno dei volti più significativi della filosofia contemporanea quello che si mette a nudo, in una serie di lunghe interviste, in questo libro: attraverso i ventun capitoli de La follia dell’angelo, Severino affronta in modo diretto e personale alcune grandi questioni della contemporaneità, offendo al contempo un’immagine di sé intima, ironica e sorprendente per chi è abituato a vedere in lui solamente il geniale filosofo teoretico autore di capolavori come La struttura originaria e Essenza del nichilismo.
Pur non venendo meno al consueto rigore, Severino accetta in questo volume di confrontarsi con il presente, sfruttando le occasioni fornite dalla quotidianità per sviluppare le sue riflessioni in campo morale, politico, religioso, ma anche per fare numerosi riferimenti alla propria vita, attraverso riferimenti biografici che risultano preziosi per comprendere la complessa personalità dell’autore. Possiamo seguirlo dunque nella rievocazione della genesi del suo pensiero, ricostruendo il suo percorso fino dai suoi inizi, quando pubblica giovanissimo, nel 1948, il suo primo saggio, e possiamo ricostruire in controluce attraverso le sue considerazioni tutto il complesso dibattito culturale italiano dagli anni ‘50 ai giorni nostri. Le sue considerazioni toccano con precisione e levità sia gli autori che ama, Leopardi, Gentile, Heidegger, sia i fatti di cronaca e attualità politica, ricomprendendoli in un acuto quadro dell’oggi, dal quale non sono escluse le sue passioni per la poesia, il teatro e la musica. Il nucleo di fondo è tuttavia strettamente teorico: l’angelo del titolo è infatti quello che Dio ha posto a guardia dell’Eden, condannando l’umanità alla perenne infelicità e incompiutezza. È questa la follia del cristianesimo, contro la quale bisogna combattere, perché comporta la sfiducia nell’uomo e nella sua ragione.
In conclusione, La follia dell’angelo è un ottimo testo sia per chi voglia accostarsi al pensiero di Severino per la prima volta, sia per chi, conquistato dalle sue idee, voglia conoscere più da vicino l’uomo che ci sta dietro.

Autore: Emanuele Severino
A cura di: Ines Testoni

ISBN 9788884834836 - pp. 210
Euro 18,00