lunedì 7 maggio 2007

GILLES DELEUZE, GEORGES CANGUILHEM - Il significato della vita. Letture del III capitolo dell’ Evoluzione creatrice di Bergson




Qual è il rapporto che intercorre tra il pensiero e la vita? E' possibile rendere conto razionalmente del fatto vitale e contemporaneamente radicare il pensiero nella vita senza fare uso delle lenti deformanti di un pensiero troppo umano, ma senza ricadere in un vitalismo irrazionalista oppure metafisico? Il presente volume, raccogliendo i commenti dell' "Evoluzione creatrice" elaborati da due tra i più importanti filosofi francesi del '900, cerca di fornire le coordinate per una nuova posizione del problema. Questi testi, appartenenti a due diverse congiunture filosofiche, costituiscono una preziosa chiave di lettura del terzo capitolo dell'"Evoluzione creatrice. Il significato della vita", cuore della filosofia bergsoniana e momento fondatore di un singolare sguardo verso la vita del panorama filosofico del secolo scorso.
Chiude il volume una ricca appendice contenente una conferenza inedita di Gilles Deleuze sulla "Teoria delle molteplicità in Bergson" e un saggio critico di Frédéric Worms sul rapporto tra spirito e materia nella filosofia di Bergson,

5 commenti:

voltimimesisedizioni ha detto...

RECENSIONE DELL' 11 FEBBRAIO 2007 - IL MANIFESTO

LUNGO LA FRECCIA DELLA VITA (di Mario Porro)

Il capitolo sul quale si concentra l'attenzione dei due filosofi è dedicato alla origine simultanea della materia e dell'intelligenza: si trattava di chiarire cosa differenzia l'organico dall'inerte, evitando ogni istanza riduzionista Pubblicati in un volume di Mimesis titolato «Il significato della vita» i commenti di Canguilhem e di Deleuze al terzo capitolo dell'«Evoluzione creatrice» di Henri Bergson

Mario Porro

Con L'evoluzione creatrice, di cui quest'anno si celebra il centenario, Henri Bergson prospettava una soluzione al problema che assillava il pensiero scientifico, alle prese con le eredità contrastanti della termodinamica e dell'evoluzionismo. Come iscrivere il mondo vivente nel contesto della deriva entropica prospettata dal secondo principio? Come è possibile che gli organismi si differenzino, in contrasto con la tendenza verso l'omogeneità e il degrado? Come può il tempo della vita procedere a ritroso rispetto alla freccia irreversibile che conduce ogni cosa alla sua morte termica? Si trattava di comprendere quale fosse «il significato della vita», come recita il titolo del terzo capitolo del libro di Bergson: di chiarire cosa differenzia l'organico dall'inerte, sfuggendo all'istanza riduzionista della scienza che puntava a comprendere ogni livello della realtà come un assemblaggio di parti separate nello spazio e sottoposte a leggi meccaniche. Ma la realtà a cui guardava la scienza appariva a Bergson solo la superficie su cui l'intelligenza dell'homo faber tracciava le linee dell'intervento sulla materia. L'essenza del reale era invece da cercare nel livello profondo della coscienza o dello spirito, dove il tempo come durata conservava il passato nel presente e si slanciava in modo creativo verso il futuro.
Sulla versione bergsoniana dell'evoluzione la filosofia e il pensiero scientifico sono tornati in vari momenti nel corso del Novecento, fino alla più recente rivisitazione di Ilya Prigogine che, proprio in relazione al tempo inventivo, ha contribuito a sdoganare Bergson dal novero dei pensatori dell'irrazionalismo spiritualistico. Su quel terzo capitolo in particolare si erano soffermati Georges Canguilhem nel 1942, un anno dopo la morte di Bergson, e Gilles Deleuze nel 1960; i loro commenti sono ora raccolti per le edizioni Mimesis nel Significato della vita, a cura di Giuseppe Bianco che ne scrive anche la interessante introduzione.
Verso una ontologia vitalistica
In nome della richiesta di Jean Wahl di muovere «verso il concreto», Canguilhem aveva condiviso con la sua generazione le critiche al bergsonismo, accusato di svilire nell'astrazione psicologica e coscienziale la singolarità dell'umano «in situazione». Ma il Canguilhem degli anni Quaranta ritrovò in Bergson l'idea della vita come creatrice di norme: di qui l'esigenza di comprendere la dimensione biologico-esistenziale della malattia, irriducibile alle illusioni scientiste che matematizzano l'esperienza del patire e annullano il «fatto vitale», assimilato alle realtà che la fisica ritrova nella materia inerte. Sarebbe stato questo il tema al cuore della sua tesi di dottorato in medicina, Il normale e il patologico, apparsa nel 1943, poco prima che Canguilhem entrasse nella Resistenza; e il suo allievo Michel Foucault lo ebbe ben presente quando, in Nascita della clinica, indicò nella riduzione del corpo al cadavere il gesto fondativo della medicina.
Il Commento che Canguilhem propone ai suoi studenti dell'Università di Strasburgo nel '42 scorge nell'opera di Bergson l'unica eccezione in Francia alla tradizione del meccanicismo cartesiano che aveva finito per umiliare la vita, incapace com'era di cogliere il «taglio» fra l'organico e l'inorganico. Dal laboratorio teorico approntato da Bergson occorreva dunque ripartire per promuovere quel vitalismo che non sarebbe stato in Canguilhem solo un metodo di approccio al fatto vitale e una modalità epistemologica di rilettura della storia delle scienze e delle tecniche, bensì prima di tutto una istanza morale: ridurre la vita alla meccanica dell'inerte ne faceva uno strumento manipolabile e insieme annullava l'insegnamento del maestro Alain, l'esigenza di una filosofia dell'azione normativa.
Nel terzo capitolo dell'Evoluzione creatrice, dedicato all'origine simultanea della materia e dell'intelligenza, Canguilhem scorge «il saggio più lungimirante» per porre le basi di una «ontologia vitalista». La tensione spirituale, la fluidità dello slancio che anima l'ordine vitale, si deposita e si solidifica nella estensione spaziale della materia; è su quest'ultima che l'intelligenza (scientifica) opera i suoi tagli e le sue scomposizioni, traccia le coordinate del suo ordine geometrico. Ma la metafisica della vita di Bergson diviene in Canguilhem prospettiva esistenziale e antropologica per interpretare il vivente impegnato nelle scelte concrete del suo essere al mondo.
L'ispirazione di Canguilhem fu fondamentale nella riflessione di Gilles Deleuze, il cui orientamento si iscrive nel solco di quella «filosofia biologica» a cui avevano dato il loro contributo Ruyer, Merleau-Ponty e Dagognet. Il corso tenuto nel 1960 alla Sorbona sul terzo capitolo dell'Evoluzione creatrice rientra in un'attenzione costante per il pensiero di Bergson che, dai saggi degli anni Cinquanta e Sessanta (uno dei quali sulla «Teoria della molteplicità in Bergson» è incluso nel libro) doveva portare Deleuze a scrivere prima Il bergsonismo (1966) e poi a riprendere quella scatola di attrezzi concettuali negli scritti degli anni Ottanta dedicati alla semiologia cinematografica.
Nel suo commento, Deleuze muove dalla differenza di natura che Bergson instaura tra organico e inerte: lo slancio vitale è durata che si differenzia, esprime cioè il moto del virtuale che si attualizza, che crea ad ogni istante direzioni divergenti. La materialità non costituisce un altro mondo, bensì un altro senso dell'essere, la distensione che inverte e interrompe il flusso vitale. Se c'è dualismo in Bergson, si tratta di un dualismo non di sostanze ma di tendenze o direzioni del reale, come ripete il saggio di Frédéric Worms su materia e spirito, proposto in chiusura del Significato della vita. Deleuze traduce dunque il contrasto bergsoniano tra spazio e durata in quello fra identità e differenza: mentre la molteplicità spaziale è il campo dell'omogeneità già attuata e individualizzata, luogo della ripetizione che ammette solo differenze di grado, la memoria virtuale, molteplicità continua e vitale, è abitata da eterogeneità qualitativa, è serbatoio di diversità.
La lezione tratta da Derrida
La differenza costituisce dunque lo strato profondo da attingere, in polemica con la superficiale dialettica dell'alterità e dell'opposizione di matrice hegeliana; e forse non è casuale che negli stessi anni Derrida proponga la sua concezione della differenza (quel che poi diverrà différance e traccia), dopo avere anch'egli tenuto corsi su Bergson alla Sorbona. Ulteriore conferma, come osserva il curatore, del ruolo spesso ignorato che il bergsonismo ha svolto nei momenti fondamentali della filosofia del Novecento, e che possiamo ritrovare ancora in quel radicamento del soggetto in una immanenza vitale che è la biopolitica di Foucault.

Anonimo ha detto...

molto intiresno, grazie

Anonimo ha detto...

necessita di verificare:)

Anonimo ha detto...



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Anonimo ha detto...



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